endecasillabi, smarties & whazzapp

coppie minime | giulia martini | internopoesia

le poesie sono semi.
contengono milioni di possibilità, sono piccole, trasportabili, le pianti dove vuoi e quando vuoi
a volte le dimentichi in tasca, in qualche parte sepolta e lontana e riescono a germogliare, e ti accorgi che oh guarda quante cose aveva da farmi vedere quel seme che ho trascurato e quanto ha resistito e che sorpresa.
le poesie curano
ci sono dei momenti in cui la letteratura è troppo – troppe parole, troppe didascalie, troppa STORIA, troppi sottotitoli, tutto troppo fitto, tutto troppo spiegato.
a volte mi servono solo figure – o poche parole.

la poesia è per definizione lo spazio dell’ambiguità semantica
e quindi un po’ della libertà
una poesia può essere mille cose diverse, e tutte sono giuste
crea un effetto di senso al di là della tenuta del significato.
con la poesia puoi giocare, la letteratura tendenzialmente è proprio quella cosa lì che in pagine e pagine e pagine è scritta.
ha meno sfumature, vuole spiegare tutto.

un giorno ho letto una poesia di giulia martini in giro e non ricordo dove – qualche ora dopo avevo comprato il libro.

giulia martini ha 26 anni è toscana e ha i capelli belli neri e lucidi –
l’ho vista e mi sono chiesta
chissà come è morbido infilare le mani in quei capelli che sembrano così tanti e densi e morbidi.

il suo libro si chiama “coppie minime” [internopoesia editore]

in linguistica per coppie minime si intendono le coppie di parole che differiscono solo per un fonema. sono il luogo preciso nel quale le parole iniziano ad esistere come insieme di suoni portatori di significato.

male-mare, cane-pane, bara-cara, sorte-morte.
me-te.

il libro è piccolo, ma denso. ogni poesia sono mille rimandi, citazioni, allusioni, pieni e vuoti.
95 poesie divise in 4 sezioni. 10 + 77+ 1 + 7. il lavoro di costruzione della sua architettura è stato maniacale – e lungo 4 anni. giulia ha dato forma a un mondo, e giocato coi rimandi, i rispecchiamenti, le domande che si aprono in un componimento per rispondersi a distanza, pagine dopo.
un po’ come negli arcani maggiori nei tarocchi, c’è un percorso di senso che attraversa tanti stadi e si risolve solo nel suo insieme, nel mazzo. ogni cosa ha senso a sé, ma ha ancora più senso in relazione alle altre e, alla fine, si sintetizza nel tutto.
una forma medievale come gli endecasillabi, lontana come l’alchimia e bellissima: cercare di stare nel senso del tutto.

giulia pensa e scrive in endecasillabi e tanti sono i sonetti.
l’endecasillabo diventa il ritmo del libro, il canto che costruisce un pensiero e che dà forma alla mancanza che permea tutte le pagine.

la melodia, gli accenti le rime e le pause – è un libro tutto concluso tutto limato tutto perfetto
ma che è capace di mantenere un certo livello di porosità, di accoglienza –
strutture antiche, fisse, rigide nelle quali però si ha la sensazione di potersi muovere con grande libertà e ampi respiri.

ho ascoltato un’intervista di giulia in cui raccontava che per lei la metrica è fiducia e consolazione: è la realizzazione del desiderio. quando ti muovi fra endecasillabi e sonetti la parola è promessa – sai esattamente cosa ti aspetta, che melodia, che rima, a volte addirittura quale parola arriverà. e poi arriva VERAMENTE.

trincerarsi nello schema per sentirci protetti. delegare alla poesia quello che non possiamo aspettarci dalla vitavera, dai giorni – per definizione mutevoli, imprevedibili, sporchi di imperfezioni, tradimento, mancanza, nostalgie.

e a partire da questo, giulia gioca
e crea rime senza scriverle e allude e sposta il cervello lontano dal testo.

racconta un amore che finisce. un amore con marta, la mancanza di marta, un dialogo con marta. cosa devo dirti? cosa vuoi che ti dica? cosa vogliono che io dica? cosa dovrei dirti? cosa ti direi?

lavora nel solco dell’ambiguità, fra quello che scrive e quello a cui allude. il problema della dicibilità è centrale e il rapporto parola/sentire è una sottotraccia costante. prendere parola, dire, è un atto di responsabilità e spesso giulia dice attraverso la figura retorica della reticenza anche quello che non esplicita, ma che nel silenzio lascia che affiori da solo.

marta è lontana, marta è persa: c’è tutto l’amore dei trovadori, l’amor de lonh, ed è quello che dà vita alla parola. se l’amore fosse appagato, se vivessero ancora insieme e giulia leggesse omero nella stanza accanto a quella della sua amata, nella loro tana-nido, la poesia sarebbe zitta. ma è

Autunno. Tu non mi hai più
che leggo Omero nella stanza accanto:
poche scoperte da riproporti a tavola.

E nemmeno mi hai più scritto,
da quel lontano che dicesti -A presto.

Ti resto referente immaginaria
di quelle novità che invecchieranno
non condivise.
Mi rinventi il viso
dandomi la faccia dell’ascolto.

tutto tutto il libro sta nello scarto fra la più minima delle coppie, che è la più complessa di sempre: quando il Me diventa il Te.
tutta la scintilla della conoscenza, dell’identità, della ricerca, del domandare, del riconoscere, del godere, del dolore
è tutto nello spazio in cui la emmme così calda cuccia mammma diventa tì – consonante occlusiva dentale sorda: praticamente una minaccia.
viviamo in questa tensione fra la emme e la tì, fra il me e il te, ed è questa che dà spazio all’essere: da quando recidono il cordone ombelicale siamo in un mondo di soggetti più o meno conchiusi, più o meno porosi, più o meno doloranti ma tutti condividiamo la dimensione del desiderio. desiderio dell’altro, desiderio di tornare nel calore senza frizione.
il me e il te di giulia si sorvegliano, si controllano, si aspettano, si ascoltano, si mancano. si cercano le tracce, gli strascichi di quel che è stato e si abita uno spazio doloroso e universale

la poesia abita questa dimensione di tensione e desiderio, lo spazio fra un ancóra e un già.
e in giulia si sente tantissimo. SIAMO PROPRIO LI’.

poi l’autunno finisce.

io amo le liste di parole
che sono incantesimi, in cui tutte le componenti diventano ingredienti magici, si inanellano e mescolano in una pozione piena di promessa e gioco
“coppie minime” si apre con un elenco: una lista di deserti – si apre facendo il vuoto,
e poi è costellata di liste sparse: di colori, dinastie, fiori.

il deserto è per definizione il luogo della privazione e dell’assenza
l’assenza di marta lascia tracce nei luoghi della città e nello spazio privato e lei riesce ad apparire là dove si ripropone il rito, come dio.
dio lo cerchiamo apparecchiando grandi e potenti banchetti rituali: ma qui anche l’apertura del frigorifero, dove puntualmente cerchi le tue ossessioni, è un rituale che lascia spazio all’affiorare di marta.

Lasci il tuo nome
nel frigo insieme agli Smarties.
Tutto quello che ha un rito
ti ripropone

il libro è costellato di riferimenti alla religione: citazioni del vangelo, preghiere, nomi di chiese, sacramenti. la formula rituale è la conformazione della nostra ricerca del divino: attraverso il rito mi avvicino all’ineffabile. anche la forma della poesia è un rito attraverso cui voglio cercare di dare forma a dio
chi è dio? è il tu. è quell’ente che sta all’origine anche della mia consapevolezza di me. sei tu, è lei, è marta.
tutto esiste in vista e grazie alla relazione, che è fallibile incostante traballante.

ciao giulia, non ti ho fatto domande,
non sono abbastanza linguista abbastanza letterata abbastanza amante delle figure retoriche per farti domande sensate
non sono mai riuscita a studiarli, i nomi delle figure retoriche. mi sembrava così inutile mettere le didascalie a tutte le poesie o la letteratura.
ciao giulia e grazie per questa bellezza.

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